In questo blog raccoglieremo emozioni, esperienze, attività della missione di cooperazione in Kosovo, nella città di Mitrovica, compiuta dal gruppo di "Mediatori di Pace" di Napoli, con il presidio di "Associazione per la Pace" ONLUS e il sostegno delle ONG partners locali...
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ciao miei cari amici!
è da tanto tempo che non mi faccio sentire.un pò perchè sono stata molto impegnata. ho avuto una serie di appuntamenti...non è quello che pensate...ho incontrato delle donne che lavoranno con delle ong (multietniche....of course). anche ieri è stata una giornata di incontri....ho incontrato la presidente di un centro di riabilitazione di donne e bambini, a Pristina, che è anche deputata nel parlamento kosovaro.....che incontro...
ma un'altra ragione della mia assenza blogista è che il computer è sempre occupato...vi lascio indovinare da chi....
e voi che mi dite?come state?
basta...non ho piu niente da dirvi apparti il fatto che giovedi....SI TORNA A CASAAAAAAAAAAAAAAAA....
Vi dico la verità: non avevo granché voglia di scrivere sul blog, anche perché l'ora è presta - beh, non proprio antelucana come l'ultima volta, tuttavia qui non si è ancora liberato nessuno dalla morsa di Morfeo, tranne la nostra Simona - e le incombenze sono davvero tante.
Incombenze di vita quotidiana, prima di tutto: preparare la colazione, lavare i piatti che le "cavallette" (come ci chiama sempre Simona, inizialmente sconvolta dai ritmi di vita e di consumo di tutti noi qui, ma ormai abituata praticamente a tutto), insomma mettere in ordine la casa, il che tocca naturalmente a chi ha la sfiga di alzarsi per primo - e la ventura di occupare per prima l'ambitissima postazione telematica.
E incombenze relative all'attività di stage che va avanti e che purtroppo va incontro alla sua chiusura, davvero troppo prematura, viste le tante suggestioni che essa sta suscitando in ciascuno di noi e che richiederebbero ben altro tempo per potere essere effettivamente metabolizzate, fatte proprie e trasformate in forza che guida la trasformazione.
Quella del tempo è davvero una dimensione che qui si avverte fortissima. Sia quella del tempo che sfugge, che ti fa rendere immediatamente conto dell'insufficienza delle nostre giornate e del periodo del nostro impegno. Un mese è davvero a stento sufficiente per considerare completa un'esperienza come questa, per quanto preliminare essa possa risultare.
Sia quella del tempo che noi portiamo dentro, come tempo della vita e della memoria, e che è chiamata a confrontarsi con i tempi di vita e di azione del contesto locale - qui a Mitrovica - ben più diradati, rarefatti, lenti dei nostri.
Non meno impegnativa - per la nostra comprensione - è la dimensione dello spazio: "Non stare a soffermarti, nessun posto a Mitrovica è lontano", ed in effetti, come ci aveva ammoniti Sokol, è davvero così, e ciò ti induce a riflettere, sulla contiguità - ma vorrei dire la prossimità - di universi di vita e di lavoro, di azione e di pensiero, che pur potendosi sentire respirare l'un l'altro, appaiono invece così incommensurabilmente distanti.
E' questa una dimensione che tocchi in tutta la sua materialità lungo il ponte, luogo simbolo della Mitrovica divisa, per le strade diffidenti del Nord, come in quelle affollatissime del Sud, per le vie lontane e remote che tagliano il Kosovo, dove la distanza si esprime in cartelli stradali apparentemente incomprensibili, con simboli e nomi stranianti.
I simboli: la trota per andare a Mitrovica, il cane, l'aquila, il coniglio: qui la toponomastica è approssimativa, la strada dove si trova il nostro appartamento non ha alcuna indicazione, marmitta, cedolina, nulla di nulla, sembra essere costretti all'esercizio della memoria anche semplicemente per andare al supermercato vicino casa o all'appuntamento con i nostri partners. Ma anche le strade che congiungono le diverse città dell'intera regione non fanno eccezione: niente nomi, ma solo simboli di animali, appunto, per facilitare la comprensione a quella pletora di internazionali che girano in lungo e in largo per il Kosovo e che altrimenti si perderebbero in una babele di lingue, simboli e segni. Semantiche divergenti e lessici remoti: ancora una volta il probema della lingua, della comprensione e della comunicazione - che è storia, memoria e cultura.
In questi giorni abbiamo a lungo ragionato - l'ultima volta ieri sera, davanti a un bicchiere di vino che, di ritorno dalla visita al Monastero di Decani, Eljona e Francesca hanno riportato a casa - di questi tre fattori delle vita sociale nel contesto del Kosovo, che sembrano rappresentare lo sfondo impermeabile sul quale si stagliano le figure e le gesta di tutti gli attori sul palcoscenico, come in una grande, epica, drammatica rappresentazione. Lo sfondo su cui abbiamo visto tante persone, ad esempio, riflettere della recente vittoria elettorale di Sali Berisha e del partito nazionalista in Albania, delle sue conseguenze e delle sue ricadute anche nella politica interna kosovara, oggi più che mai chiamata ad interrogarsi del proprio futuro, della decisione sul conseguimento degli standard e dell'avvio della discussione sullo status finale; su cui abbiamo sentito esplodere le bombe a Prishtina, un cupo avvertimento, un'entrata a gamba tesa per condizionare i processi decisionali e le tendenze storiche, in un momento controverso in cui l'ufficiale che era con noi ci ha ricordato che adesso "la partita non è solo tra serbi e albanesi, ma anche tra albanesi (del Kosovo) e albanesi (di Albania)"; su cui, infine, assistiamo alle interferenze della comunità internazionale, la Germania, la Francia, gli Stati Uniti che, nella persona di Madaleine Albright, è qui giunta pochi giorni or sono, per decretare che sì, passi avanti sono stati fatti, ma le condizioni necessarie e sufficienti di stabilità, libertà e democrazia non sono ancora conseguite e, dunque, il discorso dell'indipendenza dovrà essere posticipato, a data da destinarsi o a più favorevoli congiunture.
Insomma, la situazione è complicata e noi siamo immersi completamente in questo vortice di contraddizioni. Ieri l'altro, ad esempio, è stata per me una giornata importante. Dedicata ad una missione esplorativa - o “visita di conoscenza”, per meglio dire: siamo tornati a Pec, nel settore italiano di quella spartizione che sono oggi i distretti militari (qui a Mitrovica siamo nel settore francese, ad esempio) in cui è diviso il Kosovo.
Ho scritto ieri un articolo per una rivista: sembra davvero vederle, le grandi potenze, sedersi al banchetto di questa sfortunata regione, dividersi la torta e appropriarsi, chi dell'una parte, chi dell'altra, secondo modalità apparentemente incomprensibili, ma nelle quali è facile vedere una razionalità, una logica, un "interesse" – interesse, parola chiave.
Fermiamoci per un istante ai due casi appena ricordati: la Francia a Mitrovica, nord Kosovo, ancora tutto serbo, dove sventolano bandiere della Serbia grandi come stendardi, vessilli e gonfaloni e dove fanno bella mostra di sé simboli, icone e grifoni bifronte; Francia qui presente per una tradizione di legame con la Serbia e per gli interessi del capitale d'oltralpe sulla Trepca, mostro sputa piombo, fabbrica metallurgica del ciclo combinato, di quello che una volta si chiamava Kombinat e che oggi è solo una pedina di un complesso gioco tra le potenze dominanti. Un gioco, per giunta, giocato, come troppo spesso accade sulla pelle dei più deboli, i bimbi del campo rom di Zitkovac, a troppo pochi chilometri di distanza da quel mostro e costretti a respirare polveri sottili e fumi velenosi.
E l'Italia, secondo dei due esempi, a Pec, appunto, a custodia dei luoghi santi della cristianità orientale, il Monastero di Decani - patrimonio mondiale dell'Umanità - e il poco distante Patriarcato, alla cui ricostruzione e restauro il governo italiano ha dato un contributo in uomini (squadre di specialisti, tecnici e restauratori) e mezzi (finanziamenti per il ripristino); bell'esempio, anche questo, di carità pelosa, viste le devastazioni di una guerra che qui porta segni ancora tangibili (i resti carbonizzati di preziose icone, recuperate da chiese bombardate, date alle fiamme e rase al suolo) e che ha visto anche l'Italia tra i nefasti protagonisti.
No alla guerra è qui più che mai grido di liberazione e anelito di giustizia.
Ancora una frase mi riporta all'amara realtà, un'altra delle tante che senti ripetere fino alla noia ma che poi ti accorgi essere come dei motti, delle brevi interlocuzione della ragione storica, entro la quale vedi rifluire il portato di una lunga esperienza di dolore, di una lunga vicinanza del conflitto. "Mitrovica è luogo simbolo, non nel senso dei simboli che esso trasfigura - il ponte - ma nel senso che ciò che accade a Mitrovica è destinato a ripetersi in tutto il Kosovo".
Gli esempi si sprecano: vogliamo parlare dei fatti del 17 marzo 2004 e della caccia al serbo che si scatenò poi in tutta la regione? o della messa a ferro e fuoco del villaggio serbo di Zvinjare - poco distante dalla città - con i serbi in fuga e oggi riparati a Zvecan, mentre intanto in tutto il Kosovo si scatenava la furia incendiaria del terrore anti-serbo (e allora, dagli di case bruciate nel quartiere slavo a Prizren, di Rom in fuga da Roma Mahala, di circondari di Pec etnicamente ripuliti e via disperando)? o, infine, vogliamo parlare del portato quasi mitologico dei due fronti contrapposti, che si scatenano intorno all'immaginario di questa città di frontiera - con canzoni di guerra albanesi che preconizzano l'aquila (simbolo dell'Albania, Gloriosa Terra delle Aquile) volare sui cieli di Mitrovica, ultimo lembo di Kosovo da liberare (o ripulire?) e inni di resistenza serbi, che hanno trasformato questa terra in estremo baluardo - da difendere fino al sacrificio - della cristianità slava e dell'identità nazionale e che addobbano di manifesti, stendardi e bandiere minacciose la linea del fronte invisibile che corre lungo il fiume Ibar?
La sensazione è che ciò che è stato rimosso dalla vigenza formale non è stato – e certo non può immediatamente esserlo – rimosso dalla coscienza collettiva, dalla memoria sedimentata, dalla intelligenza sociale delle percezioni diffuse e delle immagini simboliche: il muro che è stato abbattuto lungo la drammatica frontiera dell’Ibar permane come “muro nelle menti” e talvolta delle menti.
Esso segna l’impossibilità della paura: quella di chi sente di non poter attraversare quel maledetto ponte centrale, nato per unire, distrutto e quindi finito per separare, due comunità in cui alberga reciproca diffidenza e ostilità. Mi ritornano ancora alla mente le parole dei nostri amici: Sokol e la sua voglia di libertà, il suo desiderio che le cose cambino e la contemporanea – paradossalmente – sfiducia nell’avvenire che pare accomunarlo a tanti giovani della sua età e della sua comunità; Advije e i suoi disperanti racconti di torture ed omicidi, di enclavi prigioni e di paure sedimentate.
Quella che si respira è un’aria di chiusura e di oppressione, e ancora una volta una condizione apparentemente limitata ancorché patologica, diventa invece paradigma, luogo comune, evento diffuso: la prigione è quella di questa città, come di tutte le enclavi; la paura è quella di questi ragazzi e di mille altri ragazzi in giro per il Kosovo; l’inerzia dei militari francesi che colpevolmente assistono senza intervenire allo sfacelo di marzo è analoga alla prudente incapacità dei militari italiani di Pec, di avviare una proficua collaborazione con la cooperazione civile – governativa e non governativa – e di garantire efficacia al pieno di rientro degli sfollati, che, nella più parte dei casi, si rivela una utopia, una chimera, tante volte una formalità.
Per questo ci siamo recati a Pec, due volte, l’ultima, appunto, ieri l’altro: per cogliere analogie, differenze, stati d’animo e volontà di trasformazione. Incontriamo la rettrice del Patriarcato ed è un incontro importante in un contesto straordinario, sospeso nel tempo e nello spazio, dimensione altra dello spirito. E’ questo un patrimonio di inestimabile valore, di tesori nascosti e lucenti icone, affreschi di oro e lapislazzuli e tre chiese interne in cui si consumano i riti di quell’universo magico, quasi esoterico, che è l’universo della spiritualità cristiana orientale. La rettrice non parla di politica, accenna all’impegno dei militari italiani nel garantire loro le condizioni minime di sopravvivenza, l’arrivo del pane, la scorta per raggiungere i posti che ai serbi adulti, nell’enclave prigione, è consentito di raggiungere: non sempre l’ospedale, con infinite difficoltà le scuole, non più il mercato locale; e ancora ricorda l’impegno del governo italiano nel recupero dei tesori altrimenti andati perduti e nel ripristino di antiche icone e tavole.
Poi andiamo a Gorazdevac, e quello che era stato l’incontro con la spiritualità claustrale, diventa il confronto con la prigionia civile.
E’ davvero impressionante: come il racconto di Advjie e della sua difficoltà ad attraversare il ponte sull’Ibar che ogni volta le richiede uno straordinario atto di coraggio; così il racconto di Drasko, del viaggio di otto ore sul bus speciale che collega Gorazdevac a Mitrovica e a Belgrado, dell’esperimento di una radio con cui collegare e confrontare emozioni ed esperienze, storie di vita e di prigionia e ancora chilometri di filo spinato, scorte armate della Kfor romena e cimiteri di guerra che fanno da sfondo a sguardi angosciati, diffidenti, chiusi.
Come il mondo che guardano, come l’aria che respirano.
Inutile ripercorrere adesso la lunga catena delle responsabilità che hanno portato allo stato di cose presenti: la repressione delle forze militari e paramilitari serbe in questa regione, la reazione dell’Uck e l’esodo attuale e forzato dei serbi dai loro villaggi, di una terra che è loro ma non solo loro.
E’ il momento di guardare il futuro e di disincrostare quel sedimento acerbo di memoria divisa che ancora lacera questa terra ed opprime ogni speranza di cambiamento. Passa adesso, in questa mattina che sembra diventare sempre più lunga, diradandosi nel tempo e nello spazio, una canzone, “Enjoy the silence”, mentre ci prepariamo per le prossime interviste che raccoglieremo presto in un video dossier e curiamo la realizzazione dell’ultima attività di saluto che realizzeremo con i bimbi Rom al campo di Zitkovac, purtroppo nell’impossibilità i realizzare un evento pubblico, uno spettacolo finale, a causa di un lutto, tragico, terribile, devastante che ha segnato gli ultimi giorni di vita del campo, la nostra sensibilità e la nostra partecipazione, la mia tra queste, così dolorosamente colpita da questo lutto.
L’ultima attività realizzata a Meto Bajraktari, nella parte sud della città, è stata però importante e finalmente il bilancio che possiamo trarre è positivo: si è realizzata la mostra di tutti i disegni realizzati dai bambini nelle diverse scuole di applicazione, Meto e Kodra, Banjska e Zitkovac (il Kindergarten); si sono messe in scena a suon di ombre cinesi o recitate con un sottofondo magico, etereo, soffuso, di musica popolare balcanica, le fiabe che avevamo studiato, letto e trasfigurato insieme; come la realtà letta attraverso queste lenti, degna di una trasformazione che questi bambini dovranno cimentarsi a realizzare.
Rimangono le tracce di sedimentazione per il futuro, oggetti e strumenti di un percorso che necessariamente è ancora di là da compiersi e che è consegnato all’impegno e alla responsabilità dei nostri partner locali: il progetto, l’antologia di tutte le fiabe – come libro per fanciulli e kit didattico per le scuole – l’evento pubblico di rilancio del percorso di confronto e comunicazione, interculturale e intercomunitario, con cui ripristinare la fiducia, a poco a poco, il legame e la speranza. E’ qui Flamour e parla della speranza del futuro, del cambiamento e della trasformazione: prima e più forte delle soluzione politiche è da qui che si deve ripartire per garantire un nuovo futuro, un nuovo inizio, a questa degna, insondabile, ricchissima, verde e meravigliosa regione.
Gianmarco
Ciao ragazzi vi ricordate di me?Sono Massimo, uomo di mj.
Visto le mie tante incursioni al corso, eccone una anche qui sul blog.
I Balcani sono uno strano posto
la terra e' su in alto
circondata da un cerchio di monti
E da qui inmezzo se alzi la mano
quasi ti sembra di affondarla nell'azzurro
forse la chiacchierata che mi sono fatto
con un ragazzo puo' darvi qualche indizio in piu'.
Lui si chiama Toulam.
Toulam conosce tre lingue ma non puo' andare all'estero.
Se la cava con lo spagnolo, parla molto bene l'Italiano, e nella base ora sa ancora meglio l'inglese...
ma ci vogliono troppi documentiper avere il visto. Manca sempre qualche carta.
"Ho provato a fare domanda per l'Uni di Pisa, ma mancavano sempre dei documenti per otenere il permesso" dice
" ora studio qui giurispudenza mi mancano due anni, poi provero' di nuovo ad andare a Pisa per un Master".
Gli piacerebbe viaggiare , ma l'unico posto dove e' stato
e' Scopie in Macedonia.
Ricorda ancora quel viaggio; tira un sospiro come se rivivesse quel momento in cui era uscito dal Kosovo:
"Il sole sorgieva la mattina come qui, il cielo aveva lo stesso colore e la terrra profumava di terra, perche' mi devono impedire di viaggiare".
Il suo italiano e’ un poco arruginito,
Ma via via che andiamo parlando migliora a vista d’occhio.
“Qi alla base KFOR si parla solo inglese” e ormai quello lo conosce benissimo
“Quando vengono gli italiani a chiedere dei libri qui alla beblioteca della base,
Io li saluto in italiano, gli rispondo in italiano,
Ma loro mi parlano in inglese.
Io ci provo a chiacchierare in italiano,
Ma qui sembra che tutti vogliano parlare inglese,
Cosi’ che ci posso fare?” mi guarda con un espressione a meta’ strada tra una
smorfia ed un sorriso e si abbassa gli occhiali neri sugli occhi.:
“ di questo passo mi sto dimenticando l’italiano.. ehehe…
Ma mi basterebbe un mese in Italia!...“
Ma tutto questo fa parte del cerchio della vita
E questa lingue che sta apprendendo cosi’ bene
Un giorno o l’altro gli serviranno ,
dove?... ne io ne lui ora forse riusciamo ad immaginarlo;
dove la vita vorra che lui scriva la sua legenda personale.
Ma nel profondo sento che questo anche lui lo sa,
Quando con filosofia dice:
“pazianza, che ci vuoi fare!?!” ..per ora questo e’ quello che c’e’!
Mi invita a fumare una sigaretta, cosi’ usciamoall’aperto.
La biblioteca ha una picola ceranda al primo piano di una palazzina prefabbricata.
Tavolinetti in vatro con poltroncine in pelle. Qui dentroe’ tutto prefabricato ma verry confoteble.
Un vero villaggio estivo con ristorantini di tutte le nazionalita’ e tanto di attivita’ ricreative
Di cui io faccio part ecol mio Kung fu. Se non fosse per I problemi la fuori…
Io non fumo, ma mi seggo volentieri sa chiacchierare con lui.
Mi chiede come ho trovato il Kossovo.
Qui sull’altopiano la terra e’ molto vicina al cielo, mi sembra sempre di poterlo toccare;
E non c’e’ nemmeno molta gente, contano due milioni e mezzo…
Un poco come a Napoli….peccato per I problemi.
Glissa” si qui l’economia non va’, non ci sono moltisoldi, mancano I posti di lavoro.”
Questa lo gia’ sentita e risentita.
Un po’ la scusa che usano un poco tutti, come se I problemi piovessero dal celo.
Ovviamente… nessuno viene qui ad investire per paura di perdere I soldi, con I problemi che avete fra di voi, faccio fatica ad usare la parola Guerra, con la Guerra.
“Non c’e’ la Guerra , sono I problemi economici”ripete.
Un attimo di silenzio, sento che e’ un discorso delicate
Una parte di lui vorrebbe sfuggire, ma si aspetta anche una mia frase.
Pero’ la situazione e’ delicate, fino al 17 marzo dell’altro anno…
Molti villaggi sono stati bruciati.
Annuisce con la testa,
Lui lo sa molto bente questo…
Lo sa molto melgio di me…
Qui avete una terra bellissima,
miniere d’argento...carbone,
campi e pascoli,
ma se non finisce la paura nessuno verra’ a portare lavoro con i propri soldi.
Finche litigherete per quell pezzo di terra,
Finche non vi metterete sotto braccio per dividere quell pezzo di pane….
La gente avra’ paura di investire.
Albanesi, Serbi, Rom, Ascali, Gorani, Bosniachi…
“ lo so bene che dobbiamo metterci insieme,
Anche io qui lavoro con ragazzi serbi, tutti giorni gli stringo la mano
Non c’e’ problema,
Per il Kosovo, per il bene del Kosovo…
Bisogne andare avanti per il bene di tutti,
Non ostante loro I serbi mi hanno distrutto tutto,
ho dovuto ricominciare da zero“
continua senza prendere fiato ed io non ho il coraggio di
interromperlo per chiedergli niente.
Le sue parole ed il suo volto sono duri, ma vuole frmi capire.
Sembra che le immaggini ogni tanto gli passano davanti agli occhi,
Si possono vedere senza bisogno di chiederle.
“non avevo piu’ nulla, quest’odio lo tengo dentro”
Si tocca il petto, un gesto ineluttabile
“ lo porto dentro,
ma lo so’ che ci sono molti giovanotti serbi che non hanno fatto niente
che lavorano con me”
mi guguarda e la frase gli si spezza sul nascere
come per dire che sono anche loro vittime…ma non lo dice
“dobbiamo lavorare insieme per fare tutti quanti bene,
Io lo capisco che non c’entrano molti di loro,
Ma gli altri spesso no
mio padre mio zio appena sentono il televisore parlare dei serbi
non capiscono, tirano il telecomando contro lo schermo.“
Ripete quella parola come se volesse tirarla fuori per vederla negli occhi
“dobbiamo andare avanti tutti insieme , anche se l’odio restera qui dentro…
Ho visto bambini morti, bambini senza corpi…”
“L’odio ormai stara qui dentro, ma bisogna andare avanti,
Tutti insieme, tutto il Kosovo”
Ma lui ormai quella parola gia’ la lega alle cose accadute,
Il futuro e’ gia per lui quelle manic he stringe,
Non glie lo dico ma si intravede in lui una gran forza
secondo me presto o tardi riuscira’ a lasciarselo completamente alle spalle.
La sigaretta finisce e anche la chiacchierata.
Un ragazzo piu’ giovane di me e mi ha ricordato come mia nonna
I miei parenti parlano della Guerra che hanno vissuto, della miseria della fame.
Io sono della generazione ha cui e’ stata raccontata, che non butta niente e mangia tutto nel piatto perche’ me l’hanno insegnato con I racconti…
“io ora li so da me I racconti,
Quendo non c’era da mangiare,
Sono stato un intera settimana senza mangiare,
Ci mangiavamo l’erba” e chissa che altro,
„ho ricordato mia nonna che diceva che non bisogna lasciare niente, non si butta niente,
Mi sono ditto , allora che avevano ragione”
Ci guardiamo e sappiamo che bisogna lavorare tutti insieme per I bambini,
Perche’ imparino, perche’ non vivano quella parola.
massimo
Sempre tung nonostante il sole caldissimo e ora la poiggia , il freddo,
Non mi son fatta sentire, non vi preoccupate... non per le bombe contro l'OSCE,l' UNMIK ed il parlamento ( l'abbiamo viste, con Eljona, Francesca... e il papy).Per non far salire il panico ci dicevamo che :"Anche qui fanno le feste con i fuochi d'artificio!".
Perchè vi chiederete delle bombe contro le istituzioni?
2 parole: fanno delle politiche di....... contro la popolazione ,sia perche non si fanno capire sia perche sono completamente distaccati dalla società con le loro macchine, ristoranti,case costose ecc. Qui preferiscono la KFOR, anzi credono che siano necessari, questo dice quanto male lavorono le organizzazioni internazionali.
For the rest sto dietro alle organizzazioni giovanili. Tutti vogliono i soldi,pensando che non si possa far nulla ( e ripeto nulla) senza l'€. Ma alcune hanno molto spirito d'iniziativa ( sempre e solo con il project funding). Esiste il Kosovo Youth Network, che conta 102 organizzazioni giovanili, ma bisogna vedere quali mancano per. es gli scout e non ho ancora capitio perche.
Questi giovani saranno il futuro del Kosovo? Hanno paura della guerra, ma stanno tutti al bar: non c'e lavoro. Gli incontri istituzionali sono poco democratici e poco trasperenti, sempre il solito nepotismo che vediamo anche dalle nostre parti..
forse sto un pò cosi, forse perche ho assistito alla formazione della nuova rete giovanile di Mitrovica, uno schifo, poche associazioni ed i politici si son messi paure alle mie domande..
forse perche vedo quanti soldi inutili si spendono per dei progetti che non aiutano ai Kosovari ma più noi occidentali ed il nostro ego.
mj
ragazzi che giornata!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!sabato 9 luglio in programma c'è visita di conoscenza( come a noi piace dire) alla città di Pec/ Peje...
ieri siamo andati al monastero di Decani il più antico ed intatto dei balcani. è veramente qualcosa di spettacolare.....un kilometro prima del complesso monastico c'è un check point presidiato dalla kfor italiana...sentirsi dire in italiano "documenti" è quasi rassicurante, dopo vari controlli, lunghe registrazioni, accertato che non siamo terroristi, certi della accoglienza dei monaci, scortati dal camonietta militare, arriviamo in questo paradiso senza tempo... il monaco ci mostra i bellissimi affreschi, che conservati perfettamente, ricoprono le pareti del monastero....l'atmosfera è davvero rilassante,i profumi del pasto preparato per i monaci vengono trasportati nella calura estiva da una ondeggiante brezza pomeridiana, che oltre a far risuonare le foglie dei platani ci ricorda inesorabilmante che è ora di pranzo.....indi accaldati ed affamati ritorniamo in città alla ricerca Mauro, ragazzo alpinista del "tavolo trentino per il Kosovo" che lavora in questa zona da parecchi anni cercando di attivare progetti di preservazione ambientale nella zona della valle di Rugova....adeguatamente rifocillati con il nostro fantastico simil-furgone(che qualche sera fa ha ben pensato di abbandonarci causa batteria morta) ci dirigiamo verso il patriarcato trovato ovviamente chiuso....decidiamo comunque di proseguire inoltrandoci in quello che forse,chissà, un giorno verrà dichiarato patrimonio dell'unesco...... altro paradiso terrestre, altro check point,ancora "documenti"...dopo aver attraversato l'ultimo dei presidi di controllo del Kosovo altre il quale se continui a camminare arrivi in nord albania, costaggiamo il fiume su questa strada tortuosa ritagliata nella roccia....il paesaggio è veramente inaspettato, gli scorci, le cascate, le pareti rocciose a stapiombo sulle nostre teste, ci hanno portato anni luce lontano dalla quotidianità di questo posto...la giornata è stata veramente fantastica,un pò di stanchezza ma ancora entusiasmo, la strada è lunga, in macchina risuonano le parole di radio west, la radio della kfor italiana, "for peace of people", scende il silenzio, si perde il segnale, i pensieri volano altrove, mentre con il buio che avanza alla guida della nostra splendida nissan serena, riconduco me e tutti noi a mitrovica..... ed in poche ore siamo di nuovo rifagocitati nella città e nelle sue mille contraddizioni......un pò di malinconia e via a nanna....oggi, come ieri il cielo è sereno, si respira aria di pulizia ( la casa è davvero un macello), aspettiamo che ritorni la luce per fare una bella lavatrice,sperando che non vada via l'acqua....
smex
ola ragazzi come va? oggi ho letto le news del gruppo palestina spero tutti stiate bene (soprattutto gigi). qui è quasi impossibile riuscire ad occupare la postazione computer ( posto più conteso in questa casa) ma forse finalmente riesco ad occuparla prepotentemente.
riesce difficile riassumere questi ultimi quindici giorni con poche righe a disposizione.....il tempo qui a Mitrovica sembra volare ma l'intensità delle emozioni vissute ti dà quasi la sensazione di essere qui da molto più tempo. ogni giorno sperimentiamo noi stessi lungo le nostre più intime contraddizioni in continuo dialogo con le apparenti diversità di una città che sembra privare la propria gente della normalità e della capacità di parlare di se... ci muoviamo lentamente, esplorando percorsi impervi e tortuosi per condividere con le persone argomenti che in situzioni diverse da questa avrebbero appellativi facilmente identificabili.... qui parliamo la stessa lingua.........il nostro però è un linguaggio non fatto di parole,il cui contenuto è frutto di una continua operazione metaforica che permette alla gente di esprimenrsi senza incappare in scomode riflessioni. Non è mistificazione, Non è furbizia.............è solo reticenza ad utilizzare parole e concetti così spesso strumentalizzati dalla politica internazionale, così lontana dalla società civile. "Non vorrei parlare di politica" è l'affermazione di tutte le persone che sinora, dopo mille difficoltà( più tecniche che altro) siamo riuscite ad intervistare, a denotare quanto questa riflessione possa essere sconveniente, distante e svuotata di ogni dimensione attiva, come se l'essere costruttivi e propositivi in questo ambito possa essere più deleterio che altro. l'impegno è comunque estrememente attivo ma sembra che il legame tra intervento civile e politico si sia quasi definitivamente disciolto dopo gli avvenimenti del 17 marzo data in cui le speranze ed i sogni della gioventù kossovara sono stati per l'ennesima volta traditi....colpisce ascoltare i sogni di flamur ragazzo di 19 anni che parla davanti alla telecamera tremando.......sapere che in un ospedale della parte nord di mitrovica un ricoverato debba portarsi coperte,cuscini e lenzuola.......accorgersi che la maggior parte delle attività commerciali di mitrovica siano call center, bar e ristoranti per internazionali........ e quando questo enome circo finirà??????????
....i bambini con i loro sorrisi continuamente mi ricordano il valore del sogno, della fantasia, della speranza.........loro il presente.......loro il futuro
questi i pensieri della terza giornata di piaggia a mitrovica
sme
ciao ragazzi! oggi è stata una giornata stancante per me. tutta la mattinata a prepararsi per la riunione con i tutor locali (che è iniziata alle 11.00 ed è fnita alle 19.00). a me è venuta la brillante idea di cucinare "il pasticcio" (già il nome dice tutto), ma la cosa piu' bella era che è andata via la luce ed io nn sapevo che fare perchè mi serviva il forno per cuocerlo. cosi mi è venuta in aiuto la nuora del proprietario di casa che ha offerto la sua cucina (a gas). mentre la riunione stava andando avanti (quando torno vengo a sapere che tutti stavano in pausa), io sto a casa della signora a girare e girare "il pasticcio". bella giornata per me....e se non basta il padrone di casa da quando ha saputo che io so l'albanese trova sempre una scusa a parlare con me. cosi so tutta la storia della sua famiglia. che pal....
vabbe, vi lascio tranquilli e lascio il computer al staccanovista Gianmarco....
un bacio a tutti
eljona
ciao ragazzi, sono sempre io. ho appena scritto il diario di bordo e la cosa piu' bella è che ho saltato una pagina (ho scritto quello che abbiamo fatto oggi sul foglio del 1 di luglio).... se questa nn è fatica ditemmelo voi come lo chiamato, perchè io nn sto capendo piu' niente.
baci
eljona
p.s. scusate per gli errori che faccio sul blog (in quella precedente manca la parola "ho conosciutto"). ma il fatto è che nn controllo pima di pubblicare cio' che scrivo.....
ciao amici miei, come state? quà le giornate passano in fretta ed è normale quando stai in mezzo ai bambini. è quasi finita la seconda settimana ed a me sembra che sono arrivata ieri. mi sto divertendo con le ombre cinesi, anche se fare spettacolo non è il mio forte. sono contenta che a loro piace e questa mi dà la forza di continuare e lavorare con loro.
ho molti giovani che si impegnano nel volontariato e nelle ong. sono rimasta stupita dalla loro bravura e la volontà che hanno (per andare avanti). è bello vederre questo in un contesto come quello di Mitrovica. ma ce una cosa che mi lascia senza parole, se le persone hanno difficoltà di stare insieme (mi riferisco alle diverse etnie ed in particolare ai serbi ed albanesi), le merci (alb. e serb.) circolanno liberamente....(al contrario delle persone).....
vi saluto amici miei (peacekeepers)
tanti baci
eljona